Per favore non mordermi sul collo – parte seconda

Ed eccomi riapprodata nel mondo dei succhiasangue per lanciare nel pozzo una nuova recensione. Quest’oggi si parla di Intervista col Vampiro, l’ormai celeberrimo romanzo di Anne Rice che già all’epoca dell’uscita (correva l’anno 1976) era divenuto un best seller e che ultimamente, visto il recente revival della figura del vampiro nelle librerie alternative e non, ha ritrovato nuova fama e una nuova e costosissima edizione (non è né il luogo né il momento per dilungarsi sulle esorbitanti speculazioni economiche delle case editrici).

La lettura del suddetto romanzo è stata lunga quanto una gestazione: ho iniziato a leggerlo sulla strada verso l’aeroporto di Treviso, l’ho lasciato in macchina, visto che non c’era nemmeno un chilo libero nelle mie valigie, e ho ripreso a leggerlo a dicembre, abbandonandolo di nuovo arrivata all’aeroporto, per riprenderlo definitivamente a giugno. Sì, già il processo di lettura non è stato dei più tranquilli, comunque non è questo il punto. Finito di leggere l’unico aggettivo che mi è balzato alla mente è “sopravvalutato“. Non so se questo sia successo perché io nutrivo grandi aspettative da questo romanzo, ma tant’è. Lo stile di Anne Rice è certamente magniloquente, a volte fin troppo per i miei gusti personali. Le metafore abbondano e quasi stordiscono, in un insieme decisamente barocco, come lo è un po’ l’intreccio, in effetti.

Tra i personaggi, in fin dei conti, chi ne esce vincitore è proprio Lestat: Louis risulta pesante, soprattutto nella seconda parte in cui il lettore viene travolto dalla valanga di pensieri che vorticano nella testa del vampiro. Louis è un tipo che tende a problematizzare e, essendo la mia natura simile, mi trovo a disagio ad entrare nella mente problematica di un altro. Una mente over producing basta e avanza.

Su Claudia mi trovo ad apprezzare la compiutezza del suo personaggio, che rimane coerente nella sua lucida malvagità dall’inizio alla fine. E’ un personaggio ben congeniato che non si lascia né amare né odiare. Ci si limita a guardarla dall’esterno, sapendo perfettamente che non sarebbe dovuta esistere.

Armand e il teatro dei vampiri sono interessanti, ma poco incisivi. O probabilmente ero già giunta ad un livello di insofferenza tale che non li apprezzai come avrei dovuto, non saprei dire. Restano comunque il baluardo dei vampiri conservatori, decisamente pacchiani e molto “ancien régime”. A tratti mi hanno ricordato alcune frange degli adolescenti dei nostri giorni che, nella vana pretesa di essere alternativi, finiscono per risultare una massa uniformata agli occhi esterni.

Lestat, invece, continua a risultare conforme alla mia immagine del vampiro per eccellenza, con la sua particolarissima estetica dell’omicidio che tenta di inculcare (in vano) anche a Louis, il quale è ben lungi dal comprendere fin quasi alla fine le motivazioni intrinseche di questo comportamento. Lestat è un vampiro ed un esteta e riesce a coniugare perfettamente queste due nature nel suo essere. Purtroppo l’epoca degli esteti finisce e Lestat mal si adatta alla modernità, ma rimane comunque il simbolo di questa epoca perduta.

Vorrei ora spendere due parole sulla versione cinematografica di Intervista col Vampiro: premetto che non condivido minimamente la scelta del cast e che l’unico che ho trovato abbastanza convincente è Antonio Banderas, seppure nel mio immaginario non corrisponda ad un perfetto Armand. Comunque, ciò che più si perde a mio parere nella trasposizione per il grande schermo è l’aura di superiorità di Louis, la sua profonda consapevolezza di sé, del suo tormento interiore, lasciando il posto solo ad un’aria di cucciolo smarrito. Altra importante perdità è il messaggio finale che nel film condanna Lestat e salva il malcapitato giornalista, che nel manoscritto, invece, è l’unico da condannare in quanto non capisce il vero pericolo della natura di vampiro, restandone invece affascinato e desiderando, come la frangia estrema degli amanti del genere, quella stessa immortalità, tanto da correre egli stesso in ricerca di Lestat. E rendendo così il racconto di secoli di tormenti fondamentalmente inutile.

 

Finisco ricordando che questa è solo la mia personalissima opinione, che non ha pretese universali, ma individuali e che non voglio convincere nessuno a pensarla come me. Viviamo in un mondo civile dove è lecito scambiare idee senza usarle come pretesto per ammazzarsi, anche se molte persone ne sembrano del tutto convinte.

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