La parabola di Gregory il perdente

Gregory si fermò di botto, come paralizzato. Era stato investito dal ricordo improvviso di un episodio della sua gioventù, che l’aveva inchiodato sul posto.

Quando aveva sedici anni, Annabell era un’autentica bellezza: la reginetta di ogni ballo. Era alta, snella, aveva occhi da cerbiatta e capelli talmente lucidi da sembrare finti. E una quantità d’arroganza tale da riempire sei stati. Sognava di diventare chirurgo, come la madre, anche se nel frattempo vantava l’etichetta di cultrice di romanzi d’appendice di bassa lega, nonché di regina indiscussa delle chiacchiere da corridoio. Questo esemplare purosangue di adolescente “alpha” era, ovviamente, compagno di classe di Gregory, che, al contrario, era un tipo “né carne né pesce”. Egli infatti non era né brutto, né bello; né grasso, né magro; né alto, né basso. Non amava particolarmente lo sport, ma non era nemmeno un secchione; non amava nemmeno farsi notare, né chiacchierare. Aveva una ristretta ed esclusiva cerchia di amici che condividevano la sua stessa attitudine: cercare di uscire dall’adolescenza facendosi per quanto possibile i fatti propri. Gregory, a conti fatti, sarebbe stato un individuo piuttosto ordinario, fatta eccezione del suo cassetto pieno di storie e poesie che non aveva mai fatto leggere a nessuno. Annabell e Gregory palesemente non avevano nulla in comune e l’unico contatto che ebbero in cinque anni di scuola di verificò proprio quel giorno.

 

Quel giovedì mattina il professor Jacobson era in vena di cianciare: era già maggio, faceva caldo e la soglia di attenzione era al di sotto dei minimi storici. Aveva optato quindi pper quella che lui definiva “ora di discussione costruttiva”. Aveva chiesto ai suoi studenti quali fossero secondo loro i mezzi in grado di cambiare il mondo. Le risposte erano state molteplici e disparate, dal denaro, al potere politico, alla religione, fino a che Gregory rispose:

–         Le parole.

Davanti alla classe in silenzio, un po’ teso, si era sentito in dovere di spiegare il suo pensiero.

–         Secondo Cervantes “la piuma è la lingua dell’anima”, quindi e parole sincere sono l’unico mezzo per arrivare al centro di noi stessi, gli unici semi fertili del cambiamento.

Ci fu ancora silenzio. Poi Annabell lo guardò, scosse la sua lucida chioma e sentenziò:

–         Sei un perdente.

Gregory aveva pensato intere giornate a progettare una vendetta adeguata a saziare il suo orgoglio ferito, fino a rodersi il fegato e farsi venire una bella gastrite. Ma doveva esserci un modo! Doveva poter dimostrare al mondo che lui non era affatto come era stato dipinto! Solo quando avrebbe umiliato Annabell allo stesso modo si sarebbe sentito soddisfatto. Sì, serviva un piano…

Il foulard rosso della donna che stava uscendo dalla libreria gli aveva ricordato quello di Annabell, catapultandolo in un proustiano flashback di quella fetta di vita. Cos’era successo dopo? La verità è proprio questa: se n’era dimenticato. Si rese conto d’un tratto, entrando nella libreria, che aveva vissuto fino a quel momento nonostante quell’episodio. Sorrise.

 

–         Ehi, Greg! Finalmente! C’è un sacco di gente che ti aspetta! – era il suo agente – Vogliono tutti conoscere l’autore del romanzo più controverso dell’anno!

 

Gregory guardò le facce delle persone in attesa, molte delle quali avevano una copia del suo libro tra le mani. Si avviò verso di loro, dimenticando di nuovo il foulard rosso.

 

La miglior vendetta è quella inconsciamente obliata: dimenticare e avere successo sono le armi migliori di cui disporre. La portata del nostro rancore indica la misura in cui qualcosa ci tange, ma anche la nostra incapacità di superarla. Mandare giù e passare oltre forse non è da vincitori, ma ci dà la possibilità di essere, perlomeno, migliori.

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