Storie di una lettrice affamata

In queste giornate di clausura in biblioteca, mi è capitato di leggere anche Literary Theory di Jonathan Culler. Trattasi di un libro interessante se non che, pur essendo lungo soltanto 146 pagine in un formato ultra tascabile, va preso a piccole dosi. Il proposito è spiegare in parole semplici cos’è la teoria letteraria. Sovrastrutture astratte di altrettante sovrastrutture, cose che, a pensarci troppo, ti fanno venire voglia di fare un lavoro manuale come cucinare o intagliare il legno perché nemmeno il campione della masturbazione mentale riuscirebbe a tenere il filo.

Ciò che mi ha spinto a scrivere questo sproloquio piuttosto che lavorare su una delle cose a cui dovrei badare questa settimana è la spiegazione di cosa effettivamente dovrebbe essere la letteratura. Perché sì, prima di fare teorie sulla letteratura, sarebbe utile capire cosa è.

Comunque ecco qui:

What sets off literary works from other narrative display texts is that they have undergone a process of selection: they have been published, reviewed, and reprinted, so that readers approach them with the assurance that others have found them well constructed and ‘worth it’. […] Readers assume that in literature complications of language ultimately have a communicative purpose and, instead of imagining that the speaker or writer is being uncooperative, as they might in other speech context, they struggle to interpret elements that flout principles of efficient communication in the interests of some further communicative goal. ‘Literature’ is an institutional label that give us reason to expect that the result of our reading efforts will be ‘worth it’.

Secondo il professor Culler, quindi, la vera letteratura è quella che è stata pubblicata e vale la pena di leggere. Chiaro, allora com’è che negli ultimi dieci anni paghiamo per leggere un sacco di spazzatura? Voglio essere chiara, non voglio inneggiare ad un qualche tipo di censura o tentare di affermare che certi scrittori sono meglio di altri scribacchini e/o che esiste un Manuale delle Giovani Marmotte per scrittori andato perduto come il secondo libro della Poetica di Aristotele e blablabla. Lungi da me giudicare, non sono né una scrittrice né un critico letterario, ma sono una persona che legge e che rivendica il diritto di leggere bene. Di questi tempi comprare un libro è un piccolo investimento e farlo per ritrovarsi in seguito a desiderare di usarlo per alimentare il fuoco nel camino non è esattamente la prospettiva più gratificante. Questo succede quando il fine ultimo degli editori è guadagnare più che fare un buon lavoro, la quantità più che la qualità.

Non sto dicendo che qualsiasi libro uscito negli ultimi dieci anni sia figlio di questa etica. Nemmeno pretendo che qualsiasi romanzo sia L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere o i Promessi Sposi, ma che perlomeno sia un prodotto di qualità. Il disimpegno, la leggerezza sono sempre bene accetti, purché ciò che è scritto mi intrattenga come un libro deve fare (e no, non intendo intrattenermi a trovare i cliché o gli improbabili errori di sintassi).

Ma già, io sono di vedute troppo aristocratiche e non capisco che l’importante è che un libro sia scritto col cuore.

Ma anche no.

Si scrive con le mani e con la testa. Il contenuto deve arrivare da dentro, ma è il cervello che deve filtrarlo. Si scrive per se stessi, certo, ma si pubblica per altri. Quindi il contenuto deve essere espresso in modo che sia comprensibile al pubblico. Gli elementi criptici sono bene accetti, ma solo fino a quando spingono il lettore ad immergersi ancora più nella lettura e non lo limitano (vedi supra).

Ciò che esce dal cuore (e dalla pancia…non escludiamola, anche lei ha dei sentimenti!) è ben lontano da essere comprensibile: non sono pensieri ordinati, è una matassa intricatissima in cui è facile perdersi senza il raziocinio, la nostra bussola.

Se io scrivo per me, e solo per me, posso lasciare che questi pensieri fluiscano su carta senza sentire il bisogno di renderli comprensibili ad un lettore esterno [e qualcuno probabilmente la chiamerebbe poesia….io persino eviterei di chiamarla (perché, appunto, non sono qui a fare teorie)]. Se dovessi pubblicarla però, se sapessi che qualche altra persona potrebbe leggere questo garbuglio abbozzato, questo ‘embrione di letteratura’, probabilmente mi darei ad un sano labor limae catulliano e cercherei di rendere la mia pagina il più fruibile possibile senza depauperare il potere del messaggio. Non metto in dubbio che sia difficile, ma non è nemmeno impossibile. Soprattutto, gli editor, dovrebbero dare una grossa mano in questo (O tempora, o mores!).

Il fatto è che, secondo Culler, deve “valere la pena”, ma forse è un concetto che ormai a gran pare dell’industria è oscuro (magari proviamo a scriverlo in versi?). Quando leggo un libro voglio esserne talmente assorbita da non pensare ad altro, voglio leggerlo tutto d’un fiato, oppure che mi faccia riflettere…sì, voglio che mi emozioni, che mi insegni o semplicemente che mi distragga. Non voglio ritrovarmi a pensare che avrei potuto usare questi soldi per comprarmi una fetta di torta perché sicuramente mi avrebbe soddisfatta di più.

Ecco, voglio che un libro mi sazi.

Sì, lo so, de gustibus non disputandum est.

Allora non giudicate nemmeno i miei.

P.S. il disclaimer alla fine non è di classe, lo so, ma è una licenza non- poetica che mi permetto stavolta. Con questo post non intendo offendere direttamente né i gusti né i sentimenti di nessuno. Sono perfettamente consapevole che là fuori ci sono scrittori che sono sul serio scrittori e case editrici che si impegnano a fornire al grande pubblico prodotti di qualità e prego che continuino a farlo! Quindi anche un grosso grazie a chi continua a fare in modo che ci siano libri ‘worth it’ sugli scaffali.

Sono altrettanto consapevole, però, che anche i lettori si stanno stancando sempre più di leggere criticamente o attivamente e ho sentito il bisogno forse criticabile di esprimere il mio disappunto e buttarlo nel pozzo dell’etere.

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