Studenti che vanno, studenti che vengono

Ah, l’angoscia esistenziale della fine degli studi! Lo so, molti ovviamente non sono propriamente angosciati, sentono piuttosto un senso di liberazione al conseguimento del tanto agognato pezzo di carta comunemente chiamato Diploma di Laurea. Lasciando da parte i pochi eletti che hanno la fortuna di trovare lavoro subito dopo essersi laureati, concederete che un po’ d’ansia da non-so-che-fare-della-mia-vita e oh-mio-Dio-c’è-crisi arriva per tutti! A quel punto, ovviamente, non resta che vagliare le varie opzioni al tavolo.

1) proseguire gli studi

2) tuffarsi a pesce nel mondo del lavoro

3) accendere una candela in chiesa e sperare nel superenalotto

Ora, visto che statisticamente anche io che studio lettere classiche capisco che l’ultima possibilità è totalmente inverosimile, direi di passare alle altre. Stanchi di studiare? Volete guadagnarvi il vostro pane? Bene, tanti auguri. Non c’è bisogno che ve lo dica io che il lavoro oggi non è pervenuto, anche se siete il contrario di choosy. E come tralasciare il fatto che di questi tempi una laurea triennale ha lo stesso valore di un kleenex?

Ai più che non sono baciati dalla dea bendata non rimane che proseguire gli studi sperando che nel frattempo la situazione migliori. C’è chi, come la sottoscritta, ha preso armi e bagagli e ha deciso di studiare nel Regno Unito. Perché sì, ti dicono che se studi all’estero poi hai una marcia in più nel mercato del lavoro, che il tuo campo di studi lì ha una certa dignità (classicisti e letterati che casualmente non vogliono insegnare, vi prego, sentitevi presi in causa dopo anni di vilipendio: vi capisco). Così fai la valigia e investi letteralmente tutto il denaro di cui disponi per avere un’istruzione migliore.

E poi?

Poi vi racconto cosa è successo a me. Ad un certo punto ho deciso che avrei voluto fare un dottorato. Che questo mio desiderio dipendesse dalla mia sete di sapere o dalla mia paura di affrontare la vita fuori dall’università devo ancora capirlo anche io. I dottorati, ovviamente, costano. I soldi, ovviamente, io non li ho. Quindi sono entrata nella magica spirale delle borse di studio, che qui nel Regno Unito, per la sezione Arts and Humanities, sta diventando una faccenda che potrebbe tranquillamente essere soprannominata “desaparecidos“. In sostanza, mi sono ritrovata senza la sostanza. Con un po’ di belle offerte, per carità, ma solo belle da vedere e con conseguenze economiche sulle mie tasche che al momento non voglio nemmeno tenere in considerazione. Quindi che si fa?

L’ipotesi più credibile è che io mi paracaduti nel mondo del lavoro, seppur la situazione nemmeno qui sia rosea, magari riprovando il prossimo anno.

E qui qualcuno mi ha già chiesto: pensi di tornare in Italia?

La mia risposta al momento è: ACR (=assai copiose risa)

Se io volessi lavorare in Italia, udite udite, il mio titolo estero non ha alcun valore legale. (Link: http://www.miur.it/0002Univer/0052Cooper/0069Titoli/0359Il_ric/0361Docume/1482Equipo_cf2.htm) Ergo, nel mio curriculum avrei 2 kleenex invece di uno. Bella storia.

Ovviamente potrei chiedere il riconoscimento almeno parziale del titolo (vedi link sopra), prevedendo un iter burocratico che probabilmente mi farebbe risultare più simpatico e semplice attraversare la Terra Di Mezzo e buttare la mia laurea nei recessi del Monte Fato.

Potrei fare domanda per un dottorato in Italia? NI.

Il mio MA non avrà alcun valore legale, ma posso essere ammessa a discrezione delle singole università (Link: http://www.miur.it/0002Univer/0052Cooper/0069Titoli/0359Il_ric/0361Docume/1483Access_cf2.htm). Il fatto che non esista una regolamentazione specifica a riguardo può essere a mio favore o meno: le decisioni arbitrarie sono sempre pericolose (si sa mai che ci sia Plutone in trigono, la zia del rettore che rompe ecc.).

Qual è la morale?

Lo confesso, principalmente avevo un po’ voglia di lamentarmi. Però sì, prima ci mandano in Erasmus dicendoci che dobbiamo diventare “cittadini d’Europa”, poi quando vorresti esserlo davvero, barriere economiche e burocratiche, oltre che linguistiche ti fanno sentire solo un cervello apolide, più che in fuga.

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3 thoughts on “Studenti che vanno, studenti che vengono

  1. georg maag ha detto:

    Più che kleenex: “Ergo, nel mio curriculum avrei 2 kleenex invece di uno. Bella storia.” avrei optato per 2 strappi 2 di carta igienica (sapendo che non servono nemmeno a quello scopo perché ci vogliono almeno 3), ma forse il tuo eufemismo è politicamente più corretto. Rimane il fatto che ce la raccontano da anni e anni sull’adeguamento delle regole/norme/leggi europee per abbattere le differenze tra gli stati membri e per migliorare la libera circolazione, ma se tiriamo una riga significa solo che gli studenti italiani possono liberamente uscire dall’Italia per fare i lavapiatti all’estero (un po’ come le povere ragazze Bretoni nel 900 – le Becassine – erano le sguattere preferite dai parigini).
    Bello schifo.
    Siccome sono extracomunitario in Italia da 35 anni ti garantisco che qui ne ho visto di tutto.
    Dai, forza, prova un gratta e vinci.
    Un saluto dal italiotico Titanic

  2. Athenae Noctua ha detto:

    Io di kleenex ne ho già due, e averli presi entrambi in Italia, come sai, non mi mette in una situazione migliore quanto a ricerca di un lavoro o, almeno, di una sorta di riconoscimento di un minimo livello di dignità (perché, oltre al danno, devo continuamente sentirmi dire “avendo studiato lettere non ti puoi certo aspettare di lavorare” o “quando hai iniziato sapevi che si trattava di un percorso che non ha sbocchi”). Quello che più mi manda in bestia è che esistono invece sotterfugi subdoli per far valere in Italia titoli di studio non conseguiti in Università serie prestigiose estere, ma attraverso corsi pseudo-formativi o esami di conversione gestiti da enti privati…come non ricordare le convalide di titoli di avvocato o insegnante pubblicizzati qualche anno fa da uno di questi noti “centri di preparazione”? Quindi… se pensi di partire per il Monte Fato, fai un fischio, mi pare ci sia posto almeno per nove!

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