Foglie nel vento e parole nuove

Gentili 25 lettori (o meno),

è il momento di riprendere ad aggiornare questa landa dimenticata che mi ostino a chiamare blog (?). In questo tempo ci sono stati parecchi giri di vita e poco tempo per leggere (mi sono ritrovata a vivere e studiare a Durham – praticamente a Grande Inverno, per intenderci – e ora sono stata catapultata a fare la disoccupata a Londinium). Nel frattempo i miei regimi di lettura sono drasticamente mutati: tenere il passo con i compiti (qui li chiamano assignements, che è una definizione decisamente più dignitosa applicata ad un percorso post-laurea) e quindi leggere tutta la giornata mi ha spinta per la maggior parte del tempo a ricercare svaghi che non implicassero tenere gli occhi incollati sul altre pagine stampate. O, più semplicemente, mi addormentavo senza vergogna dopo aver letto articoli accademici per ore.

Durante la scrittura della tesi, stranamente, sono riuscita a ristabilire un ritmo quasi salutare di scrittura-lettura-riposo, così da riuscire a leggere un libro intero senza pause di settimane – o mesi – tra un capitolo e l’altro. Trattasi di The Name of the Wind di Patrick Rothfuss, primo della serie denominata The Kingkiller Chronicle.* Questo libello – di più o meno 800 pagine – è stato scelto per una serie di motivi piuttosto fortuiti: comprato mesi fa in super sconto da Foyles a Londra, poi scaricato al mio ragazzo per mancanza di tempo, rientrò in mio possesso quest’estate con l’ammonimento “devi assolutamente leggerlo il prima possibile”. Non mi sembrava una lettura particolarmente impegnata, quindi ho iniziato…e non l’ho più lasciato. Ma veniamo ai fatti.

  1. The Name of the Wind è un romanzo fantasy: c’è un nebuloso tempo passato non meglio definito, c’è una guerra incombente e c’è la magia – un sacco di magia. Fin qui, tutto normale. Il problema è che c’è anche un’università (“University” in originale) in cui si insegna la magia, nelle sue declinazioni più disparate, quali l’alchimia, la scienza dei nomi ed altre cose che fondamentalmente ignoro come tradurre in italiano. A questo punto, molti di voi tuoneranno con un “ma c’è già in Harry Potter!”. Signori e signore, mi permetto di dissentire: sebbene le vicende narrate si riferiscano alla pubertà ed adolescenza del protagonista, il plot è decisamente più adulto. Mentre non avrei alcuna remora a consigliare la lettura di Harry Potter alla mia nipotina di 9 anni, il target d’età del ciclo di Rothfuss è sicuramente più alto.
  2. The Name of the Wind è il fantasy che vuoi leggere perché è fantasticamente coerente. Pur proponendo la classica ambientazione “cappa e spada”, in un certo senso, non è mai scontato o banale. L’elemento magico, invece di rappresentare una facile via d’uscita per giri di trama audaci e altrimenti inspiegabili, è uno degli elementi portanti del mondo della Kingkiller Chronicle. La magia è spiegata razionalmente, analizzata accademicamente. Rothfuss ha creato un tipo di magia accessibile anche alla mente più razionale che, se non mossa da meraviglia e stupore (che comunque non mancano), ne ammirerà l’artificio narrativo.
  3. Kvothe, il protagonista, è una Mary Sue. Per chi non avesse la più pallida idea di cosa stia parlando, avete presente quando state leggendo una storia e il protagonista è talmente perfetto da risultare fastidiosamente artificioso? Quando un personaggio è competente in qualsiasi disciplina accademica, arte marziale ed è pure bravo in cucina? Ecco, quella è una Mary Sue. Strano a dirsi, Kvothe è un esempio più unico che raro di Mary Sue credibile.
    Ok, forse non credibile, ma la cui storia ti appassiona e al cui destino ti affezioni. Sarà anche perché il nostro fedele Pat gli ha anche cucito addosso una notevole dose di sf….ehm, sventura? Kvothe è terribilmente brillante, ma ciò, più che salvargli la vita, lo porta a ficcarsi in guai via via più grossi.
  4. The Name of the Wind è un bel libro. Quando uso l’aggettivo “bello”, non intendo solo che la storia è appassionante, che i personaggi sono interessanti ecc., intendo, soprattutto, ben scritto. Durante la lettura, si percepisce l’estrema cura che l’autore ha dedicato alla scrittura. La prosa è scorrevole, elegante e ben strutturata. Mettiamola così: a confronto con gli svariati vomiti di parole che si trovano sugli scaffali fantasy negli ultimi tempi, The Name of the Wind è un pranzo gourmet: è un libro che ti sazia.

Ovviamente a scoraggiare i più potrebbe essere appunto che The Name of the Wind fa parte di una trilogia non ancora completa. C’è da dire che, nonostante il caro Pat si prenda il suo tempo per scrivere e fare le cose per bene, la lettura del secondo volume vi terrà occupati più o meno allo stesso modo del primo (ebbene sì, è anche più lungo), quindi sapete come ingannare l’attesa. E, nel caso doveste finire prima che Rothfuss abbia ultimato l’ultimo volume, passate a The Ocean at the End of the Lane di Nel Gaiman.

Questa, però, è un’altra recensione.

 

*Il libro è stato pubblicato in italiano da Fanucci con il titolo Il Nome del VentoIn questo post, tuttavia, si fa riferimento all’edizione inglese, essendo quella da me letta.

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3 thoughts on “Foglie nel vento e parole nuove

  1. Athenae Noctua ha detto:

    Sembra un libro per me, dato che sono sempre alla ricerca di fantasy non scontati, articolati, ben fatti: Mary Sue a parte, cerco proprio storie in cui non si ricorra alla magia ogni 3×2 come una scappatoia utile a non spiegare cause ed effetti e in cui i protagonisti non siano solo cumuli di ormoni in tempesta! Lo terrò presente, anche perché lo consigli tu! 🙂

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