Scusate se non vi ho amati abbastanza

Alcuni sanno che ho studiato lettere classiche; alcuni altri sanno che non hai mai voluto insegnare. Tuttavia, qualche scherzo del destino (dicasi la disoccupazione e l’affitto da pagare) mi ha portata a svolgere questo lavoro in una scuola anglosassone.

Un paio di settimane fa ho insegnato per l’ultima volta ad una delle due classi, che non vedrò più dopo il loro esame. Sulla via del ritorno ho fatto alcune riflessioni, perlopiù sul perché IO non dovrei insegnare. Ho deciso di pubblicarle qui perché, volente o nolente, sono un’insegnante, ma anche e soprattutto perché sono stata una studentessa. Ho tentato di mettere un po’ d’ordine tra le le mie elucubrazioni, ma ogni volta sembrano diventare più sparse e disordinate, per cui, alla 25esima revisione, getto la spugna e pubblico, nonostante probabilmente manchi un filo logico qualsivoglia. Mi scuso in anticipo per il disagio.

Al termine della lezione, mi sarebbe piaciuto fare un discorso, una cosa semplice per salutare gli studenti e augurare loro il meglio. Non ce l’ho fatta. Sono riuscita a tirare fuori dal cilindro un “best of luck”, per poi uscire dalla classe, presa da un senso di colpevole sollievo. Insegnare a questa classe è stata dura, per varie ragioni. Prima fa tutte, non è semplice continuare quello che qualcun altro ha iniziato, specie se quello che lascia sono undici ragazzini che in quattro mesi avranno un esame. Non è facile, soprattutto perché magari arrivi con le grandi speranze di coltivare la gioia del latino insieme a loro, però poi scopri che non sanno ancora cos’è l’ablativo. Non è facile nemmeno cambiando programma d’esame dopo un mese e mezzo, dopo esserti fatta odiare a suon di declinazioni gerundivi.

Non è facile nemmeno per loro, perché la nuova insegnante usa termini difficili, che fino a quel momento nessuno ha detto loro fossero importanti; perché fa un sacco di grammatica; perché parla a bassa voce e ha un accento strano.

Io però sono entrata in classe e l’ho affrontato, ho imparato il programma di latino della scuola britannica, ho letto i loro libri, ho preparato presentazioni su powerpoint, ho preparato test e dispense. Non sono fatta per insegnare, però.

Sono partita col piede sbagliato, vero. Non ho tuttora alcun accesso al materiale didattico, nessuno si è premurato di darmi lumi sulla reale preparazione dei ragazzi. Presto ho imparato a trovare sgradevole l’insegnamento del “latino finto”, così come le giornate passate a preparare esercizi perché tutti i miei testi sono troppo difficili per loro.

Non ho mai sentito, però, un ambiente incoraggiante intorno a me. Anche gli studenti più dotati sembravano presi dal tedio, per non parlare di chi non ha mai fatto i compiti perché “aveva altro da fare” (e questo è successo sul serio), o chi mi incolpava della partenza dell’insegnante precedente, o chi si faceva un pisolino in classe (…pure questo).

Nonostante tutto, non riuscivo a contrastare questo clima, non solo perché sono autoritaria quanto una nocciolina, ma anche perché, nonostante siano passati dieci anni da quando ho messo piede per la prima volta al liceo (ma che, davvero?), mi ricordo ancora perfettamente com’è stare dall’altra parte della cattedra. Forse è anche per questo che l’insegnamento mi risulta alieno: sono stata studentessa per la maggior parte della mia vita e probabilmente mi sento ancora tale, più che insegnante.

Forse, quando vedevo i loro visi confusi, smarriti, distratti o arrabbiati, avrei dovuto tendere la mano, venirvi incontro, “abbracciarvi” e dirvi che nonostante tutto io vi volevo bene, a modo mio, e che saremo arrivati insieme all’esame. Forse avrei dovuto alzare un po’ di più la voce, arrabbiarmi, farvi capire che ci tenevo. Mi dispiace, non vi ho amati abbastanza.

Ho sempre pensato che la relazione allievo-insegnante si basasse sul dare e il ricevere, sull’essere umili, e imparare l’uno dall’altra, ma ogni mercoledì mi sembrava che la maggior parte delle mie parole rimbalzasse contro un muro per finirmi direttamente in fronte. Insegnare non è un monologo, e io non mi chiamo Amleto.

Sono riuscita, in questi giorni a prendere le distanze e a ripensare alla faccenda un po’ più lucidamente, a ripensare a cosa nel mio atteggiamento potesse essere sbagliato: la verità è che sono fin troppo brava a mettermi pressione da sola. Ogni settimana era un perpetuarsi delle seguenti domande: “avranno capito?”, “avranno trovato la lezione interessante?”, “si staranno annoiando?”, “cosa ho fatto di male?”, “perché non riesco ad essere l’insegnante che vorrei?”. Tutto questo problematizzare e intimizzare il mio lavoro, la mia immaturità nel campo, per certi versi, non fanno di me una buona insegnante: predo i segnali troppo sul personale e reagisco mettendomi sulla difensiva, chiudendomi a riccio, senza riuscire a tendere la mano.

Cari alunni, quindi, mi dispiace che nel grande schema delle cose vi sia toccata questa versione abbozzata, insicura e caricaturale di insegnante. Ve lo giuro, io amo parlare del latino, ma non sono riuscita a trasmettervi questa bellezza. Forse a voi non sarebbe interessata, forse a voi va bene la facciata di terme e gladiatori che vi propinano in questo corso, ma ci avrei dovuto provare, vi avrei dovuto tendere questa stramaledetta mano, che fosse per accompagnarvi gentilmente o richiamarvi all’ordine.

Ave atque vale,

Miss T.

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One thought on “Scusate se non vi ho amati abbastanza

  1. Ani-sama ha detto:

    Che bel post.

    Sai, a me piace molto insegnare. Devo dire che sinora l’ho fatto in un contesto ben diverso dal tuo, e probabilmente molto più ‘facile’: esercitazioni e seminari didattici per corsi universitari. Tra quell’esperienza di insegnamento, e l’esperienza della ricerca (i tentativi malriusciti di imparare a fare ricerca, meglio detto), tutto sommato preferisco la prima. Ho avuto soddisfazioni: all’esame, una studentessa ha esposto un argomento da me svolto utilizzando esattamente la mia impostazione. Percepisco, in generale, di essere stimato in ciò che faccio.

    Il ‘ritorno’ (feedback) è fondamentale. Però, vedi, io credo ancora – ingenuamente? – che gli studenti reagiscano -davvero- agli stimoli. Se un docente è entusiasta, quell’entusiasmo verrà comunicato. Per forza! Lo stesso se è preciso, se è professionale, se è preparato.

    Se ti sei spesa, come io credo, a mostrare ad una classe che il latino è bello, perché tu stessa ami parlare del latino, qualcosa sarà arrivato per forza. Per forza. Magari non a tutti, magari non esattamente come lo volevi, però… sarà pur sempre qualcosa. Non potrei credere altrimenti.

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