I viandanti

Ad un amico che si sente solo sulla via.


 

Diario Di viaggio 5 Agosto XXXX

Oggi è uno di quei giorni in cui a guardare le mie scarpe malridotte, a sentire la mia barba ispida sulla faccia, a vedere la padella che comprò mamma prima che partissi, gli occhi mi pungono. Se mi vedesse ora, mamma, chissà cosa direbbe. Nemmeno lei ci aveva creduto quando le dissi “parto”, pensava fosse un’altra delle mie passioni passeggere, che mi sarei limitato a raccogliere articoli di giornale, ad appendere fotografie alla mia bacheca di sughero con puntine colorate. Si aspettava che la ossessionassi per giorni con i libri che avevo letto. Tutto questo ovviamente successe, perché sono un’animo appassionato, ma quello che non si aspettava era che io tornassi a casa col mio biglietto aereo e uno zaino acquistati col mio ultimo stipendio: solo allora capì che quella volta stavo facendo sul serio; mi regalò quindi  il fornello da campo e una padella, e un set di matite nuove con un albo da disegno. Con mio padre ci fu il solito urlare e sbattere di porte, il collidere di due coscienze distanti, di due visioni del mondo differenti.
Il giorno della mia partenza, mia madre mi confidò che sospettava che una delle mie passioni avrebbe attecchito più delle altre, sperava solo che fosse qualcosa che non mi avrebbe portato così lontano. “Sei sicuro di voler partire tutto solo?” mi chiese infine. Io ovviamente dissi di sì, perché quello era un viaggio che volevo affrontare anche per conoscere me stesso e i miei limiti. Trattenni un sorriso amaro, al pensiero dei miei amici di una vita a cui avevo confidato della mia partenza davanti ad una birra al pub e mi avevano dato del pazzo, a lasciare un lavoro sicuro, una famiglia che mi ama e tutte le prospettive di vita che avevo davanti. Io non sono mai stato un animo quieto, e mi è sempre interessato di più quello che sta oltre a ciò che ho davanti.
Ora mi ritrovo qui, invece, a guardare indietro, e a fare il sentimentale di fronte ad una stupida padella. Se solo ci fosse qualcuno con cui condividere questi momenti! Invece no, il mio solito stupido orgoglio. Sono riuscito a completare più della metà del percorso, e ora voglio tornare indietro, dietro la porta di casa, dietro la scrivania, dietro la vita. Sono proprio un caso disperato.

Diario di viaggio 6 Agosto XXXX

Oggi la salita si è fatta molto più dura. Dovrò abituarmi al fatto che da oggi in poi non riuscirò a mettere tanti chilometri dietro le spalle quanti ne vorrei. Una cosa inaspettata, però, è accaduta: mentre consumavo un pasto frugale tra le rocce, contemplando la natura selvaggia, ho avvistato un gruppo di viaggiatori. Inizialmente pensavo che la mia immaginazione mi stesse giocando un brutto scherzo, dopo poco, però, iniziai anche a udire delle voci. Sono stato immobile ad ascoltarli, incantato, immemore di suoni umani da troppo tempo ormai: parlano in modo cadenzato, cantilenante, quasi musicale. Non parlano la mia lingua, riesco a distinguere qualche parola imparata a scuola, ma il senso generale mi sfugge. Man mano che i suoni diventano più chiari, le loro figure appaiono sulla via. Il gruppo è composto di cinque persone: una donna robusta e rubiconda, un ragazzino all’apparenza gracile, un uomo alto e allampanato, una guida locale dalla pelle color cafelatte e gli occhi obliqui e un uomo ben piazzato, coi capelli grigi, che chiudeva il corteo. In un primo momento sono rimasto immobile, quasi sperando di mimetizzarmi con le rocce, mentre una vocina nella mia testa mi ricordava maliziosa “ma come, non era questo che desideravi fino a poco fa? Non volevi sentirti meno solo?”. Ci sono cose che desideri al punto da temerle allo stesso tempo. I miei vani tentativi mimetici finiscono presto quando la donna, evidentemente l’anima sociale del gruppo, esclama qualcosa concitata e sventola la mano nella mia direzione; io rispondo timidamente. Si avvicinano e tentano di parlarmi nel loro idioma cantilenato. Io ho subito chiarito di non conoscere la lingua con qualche gesto e una frase mozzicata, ripescata dai ricordi della scuola. Loro non si sono persi d’animo e hanno immediatamente riprovato nella mia lingua. L’unico a non padroneggiarla bene è il ragazzo, mentre la guida locale è sorprendentemente brava e traduce anche per gli altri all’occorrenza. Apprendo che sono pellegrini, viaggiano verso la vetta in devozione: nella loro religione infatti, proprio sulla cima di questa montagna la dea Antevasin ha soffiato verso il cielo creando le nuvole. Tutti loro stanno salendo con il preciso intento di lasciare una pietra bianca sulla cima e pregare, tutti tranne l’uomo dai capelli grigi. Egli, scopro, si è solo aggregato al gruppo di credenti, cogliendo l’occasione per scalare la montagna per la terza volta. Mi chiedono se voglia fare almeno un tratto con loro; acconsento. La salita, in compagnia, è sembrata più sopportabile. Ci separeremo domani mattina: loro seguiranno il Cammino della Dea, una strada leggermente più lunga di quella che ho programmato io. All’imbrunire ci accampiamo, condividendo un pasto parco, ma conviviale. Mi offrono un sorso di liquore del loro paese, fatto con dei frutti il cui nome non riescono a tradurre: è incredibilmente dolce. Dopo il pasto, la guida passa in rassegna i bagagli e gli attrezzi, controlla le razioni di cibo e sta in disparte, accendendo un incenso per gli spiriti della via. I miei temporanei compagni di viaggio intonano una canzone sconosciuta, mentre l’uomo grigio mi si avvicina, porgendomi un altro bicchiere di liquore dolce. Complice il tepore dell’alcolico, gli chiedo perché voglia salire ancora. Lui serafico risponde con una domanda: perché tu vuoi salire? Gli racconto quindi perché sono partito, di come l’orizzonte piccolo del mio paesino non mi bastasse, di come volessi vedere di più, imparare di più.

Nel mio paese ci sono dei canti su uno come te, ti piacerebbero.

Gli confido però, che ci sono giorni in cui preferirei essere una persona semplice, che ama la quiete, che si accontenta. Mi sento solo, gli dico.

Certe persone, mi dice, non sono fatte per le strade facili. Percorrere questa salita, è il tuo destino, ma non salirai per sempre. Potrai decidere di risalire, come me, perché una volta che avrai visto come si vede lassù magari non ti basterà ricordarlo soltanto. Questa solitudine, come la salita, finirà, e dovresti farne tesoro, come di tutte le cose effimere e passeggere della vita.

Ricorda, però, che non sei l’unico a errare per i sentieri più impervi: nessun viandante è perduto. Siamo tante solitudini erranti, e a volte capita che due solitudini s’incontrino. Non per il ritorno c’è tempo, per la scoperta è un attimo che vola via.

Negli occhi di quel viandante, vidi riflessi i miei, alla luce del timido fuoco. Il fuoco che arde in lui, è il fuoco che alimenta me, che alimenta il mio viaggio. Domani continuerò a salire, dopo chissà. Prima di dormire, disegno un ritratto dell’uomo sul mio albo.


 

 

“Not all those who wander are lost”

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