Voices from the ether

I find my job very interesting, not only because I get to do interesting things, but also because I get to spend a lot of time filling spreadsheets. You might be thinking that I am a lunatic, but I do find spreadsheet interesting (don’t you get that feeling of triumph when the formula you have concocted works perfectly?) and I love having long hours to listen to things. At first I used to listen to music, but I have to say I lack the talent (and patience) for playlists); I then tried to get into audiobooks, but I already expected it to be a failure: I struggle to keep my attention at the same level for so long, especially because I am working, and I need to be able to switch off and on without loosing a pivotal turn of events in the plot.

So, that’s why I have turned to podcasts. I made some research and started listening here and there…and now I am listening to so many I have decided I should share the list. Here you go, dear 25 readers, enjoy!

Narrative podcasts – stand-alone episodes:

  • The Truth: their slogan is “movies for your ears”. Every episode is different in plot and genre.
  • The Snap Judgement: part stand -up, part narration, part interviews. Again, the genre varies a lot. Each episode lasts about 1 hour and contains about 4 different stories.
  • The Heart Radio: real-life stories and fiction about “intimacy and humanity”. Sexuality, relationships are among the frequent themes of the podcast.

Mistery, Horror and Sci-Fi:

  • The Black Tapes: serialised docu-drama about the unsolved paranormal cases recorded on Dr Strand’s black tapes. Intensely gripping.
  • Tanis: twin podcast of The Black Tapes, this takes more a Sci-Fi angle. It takes slighly longer to get into it, but when it happens, well, you are lost.
  • Limetown: the research facility of Limetown, together with all the people living there, suddenly disappeared. Lia Haddock starts investigating about it out of interest, but soon discovers that she is much more involved in this mystery than she thought.
  • Archive 81: Daniel disappeared and has left some tapes to his friend Mark. Each episode Mark plays one tape, each tape is weirder than the previous one.
  • Ars Paradoxica: Doctor Sally Grissom accidentally invents time travel and finds herself in 1943. A lot of scientific jargon, but hey, what’s not to love.
  • The Bright Sessions: Dr Bright is a psychologist, but not the usual kind. She only treats “special” patients, patients with superpowers. Simply great.
  • The Bridge: in an alternate 2016, a transcontinental bridge connects Europe with America; it has been built, but also abandoned. The Watchtowers though are still manned, and Etta broadcasts folklore stories from the bridge…together with the traffic reports, because that is supposed to be her job.
  • Alice isn’t Dead: a road trip through America in search for a wife which might or might not be dead.

General Culture Podcasts:

  • The Moth: top quality stand-up narration by stellar speakers.
  • Lore: how has folklore from the Old Continent adapted to America? Listen to this podcast to find out.

Here you go. I am sure I have forgotten some, but these are the one I listen to on a regular basis.

 

Happy 2017 🙂

 

Edit:

I realised I had forgotten 2 podcasts!! Shame on me.

  • Life After: what if there was a social media which reproduces the voice of the loved ones you have lost?
  • The Message: 70 years ago we received a message from outer space, someone is trying to decipher it, but this is not without consequences.

 

Storie di una lettrice affamata

In queste giornate di clausura in biblioteca, mi è capitato di leggere anche Literary Theory di Jonathan Culler. Trattasi di un libro interessante se non che, pur essendo lungo soltanto 146 pagine in un formato ultra tascabile, va preso a piccole dosi. Il proposito è spiegare in parole semplici cos’è la teoria letteraria. Sovrastrutture astratte di altrettante sovrastrutture, cose che, a pensarci troppo, ti fanno venire voglia di fare un lavoro manuale come cucinare o intagliare il legno perché nemmeno il campione della masturbazione mentale riuscirebbe a tenere il filo.

Ciò che mi ha spinto a scrivere questo sproloquio piuttosto che lavorare su una delle cose a cui dovrei badare questa settimana è la spiegazione di cosa effettivamente dovrebbe essere la letteratura. Perché sì, prima di fare teorie sulla letteratura, sarebbe utile capire cosa è.

Comunque ecco qui:

What sets off literary works from other narrative display texts is that they have undergone a process of selection: they have been published, reviewed, and reprinted, so that readers approach them with the assurance that others have found them well constructed and ‘worth it’. […] Readers assume that in literature complications of language ultimately have a communicative purpose and, instead of imagining that the speaker or writer is being uncooperative, as they might in other speech context, they struggle to interpret elements that flout principles of efficient communication in the interests of some further communicative goal. ‘Literature’ is an institutional label that give us reason to expect that the result of our reading efforts will be ‘worth it’.

Secondo il professor Culler, quindi, la vera letteratura è quella che è stata pubblicata e vale la pena di leggere. Chiaro, allora com’è che negli ultimi dieci anni paghiamo per leggere un sacco di spazzatura? Voglio essere chiara, non voglio inneggiare ad un qualche tipo di censura o tentare di affermare che certi scrittori sono meglio di altri scribacchini e/o che esiste un Manuale delle Giovani Marmotte per scrittori andato perduto come il secondo libro della Poetica di Aristotele e blablabla. Lungi da me giudicare, non sono né una scrittrice né un critico letterario, ma sono una persona che legge e che rivendica il diritto di leggere bene. Di questi tempi comprare un libro è un piccolo investimento e farlo per ritrovarsi in seguito a desiderare di usarlo per alimentare il fuoco nel camino non è esattamente la prospettiva più gratificante. Questo succede quando il fine ultimo degli editori è guadagnare più che fare un buon lavoro, la quantità più che la qualità.

Non sto dicendo che qualsiasi libro uscito negli ultimi dieci anni sia figlio di questa etica. Nemmeno pretendo che qualsiasi romanzo sia L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere o i Promessi Sposi, ma che perlomeno sia un prodotto di qualità. Il disimpegno, la leggerezza sono sempre bene accetti, purché ciò che è scritto mi intrattenga come un libro deve fare (e no, non intendo intrattenermi a trovare i cliché o gli improbabili errori di sintassi).

Ma già, io sono di vedute troppo aristocratiche e non capisco che l’importante è che un libro sia scritto col cuore.

Ma anche no.

Si scrive con le mani e con la testa. Il contenuto deve arrivare da dentro, ma è il cervello che deve filtrarlo. Si scrive per se stessi, certo, ma si pubblica per altri. Quindi il contenuto deve essere espresso in modo che sia comprensibile al pubblico. Gli elementi criptici sono bene accetti, ma solo fino a quando spingono il lettore ad immergersi ancora più nella lettura e non lo limitano (vedi supra).

Ciò che esce dal cuore (e dalla pancia…non escludiamola, anche lei ha dei sentimenti!) è ben lontano da essere comprensibile: non sono pensieri ordinati, è una matassa intricatissima in cui è facile perdersi senza il raziocinio, la nostra bussola.

Se io scrivo per me, e solo per me, posso lasciare che questi pensieri fluiscano su carta senza sentire il bisogno di renderli comprensibili ad un lettore esterno [e qualcuno probabilmente la chiamerebbe poesia….io persino eviterei di chiamarla (perché, appunto, non sono qui a fare teorie)]. Se dovessi pubblicarla però, se sapessi che qualche altra persona potrebbe leggere questo garbuglio abbozzato, questo ‘embrione di letteratura’, probabilmente mi darei ad un sano labor limae catulliano e cercherei di rendere la mia pagina il più fruibile possibile senza depauperare il potere del messaggio. Non metto in dubbio che sia difficile, ma non è nemmeno impossibile. Soprattutto, gli editor, dovrebbero dare una grossa mano in questo (O tempora, o mores!).

Il fatto è che, secondo Culler, deve “valere la pena”, ma forse è un concetto che ormai a gran pare dell’industria è oscuro (magari proviamo a scriverlo in versi?). Quando leggo un libro voglio esserne talmente assorbita da non pensare ad altro, voglio leggerlo tutto d’un fiato, oppure che mi faccia riflettere…sì, voglio che mi emozioni, che mi insegni o semplicemente che mi distragga. Non voglio ritrovarmi a pensare che avrei potuto usare questi soldi per comprarmi una fetta di torta perché sicuramente mi avrebbe soddisfatta di più.

Ecco, voglio che un libro mi sazi.

Sì, lo so, de gustibus non disputandum est.

Allora non giudicate nemmeno i miei.

P.S. il disclaimer alla fine non è di classe, lo so, ma è una licenza non- poetica che mi permetto stavolta. Con questo post non intendo offendere direttamente né i gusti né i sentimenti di nessuno. Sono perfettamente consapevole che là fuori ci sono scrittori che sono sul serio scrittori e case editrici che si impegnano a fornire al grande pubblico prodotti di qualità e prego che continuino a farlo! Quindi anche un grosso grazie a chi continua a fare in modo che ci siano libri ‘worth it’ sugli scaffali.

Sono altrettanto consapevole, però, che anche i lettori si stanno stancando sempre più di leggere criticamente o attivamente e ho sentito il bisogno forse criticabile di esprimere il mio disappunto e buttarlo nel pozzo dell’etere.

L’insostenibile leggerezza della parola “MAI”

Uno degli sport che va sempre meno di moda negli ultimi tempi è pensare prima di parlare.  Se a questo dato sommiamo la generale tendenza all’iperbole del parlato, otteniamo un certo esagerare a sproposito tipico dei tempi moderni.

Ci sono frasi idiomatiche, espressioni ricorrenti, che ormai si usano d’impulso, ci dimentichiamo che ogni parola, quando esce dalla nostra bocca, ha un suo peso specifico che va ad incidere sulla realtà (o sulla supposta realtà).

Prendiamo, per esempio, l’espressione “tu non mi disturbi mai“: capita di dirlo, specie quando vogliamo dimostrare il nostro attaccamento, la profondità della nostra amicizia, oppure quando vogliamo fare un po’ gli splendidi (eddai…). Avete mai pensato, però, a cosa implica dire “tu non mi disturbi mai“?

Senza sfociare nella relatività della percezione del tempo, io considero questa frase una sorta di piccola “ipocrisia inconscia”: è statisticamente impossibile non disturbare in alcun momento una persona.

Nonostante si possa essere armati delle migliori intenzioni, confessatelo a voi stessi, ci sono dei momenti in cui a nessuno piacerebbe essere disturbato, nemmeno si trattasse della regina madre in persona. Mentre stiamo facendo la doccia, ad esempio.

Mentre mangiamo.

Mentre siamo sulla tazza (del cesso, of course. Excuse my French).

Mentre stiamo talmente male da ricordare a stento la nostra stessa identità.

Mentre stiamo per avere una crisi isterica.

Quando ci dedichiamo a passatempi VM18 col partner.

Durante la ceretta.

Durante la finale del campionato (volevo essere politically correct…).

Questi sono solo degli esempi di situazioni in cui anche la persona più amabile del creato potrebbe essere investita da un camion di improperi pur armata del diritto conferitole dal “tu non mi disturbi mai“.

Sebbene normalmente il “mai” non vada preso alla lettera, ci sarà sempre qualcuno che lo farà comunque. Questo è il motivo per cui tale affermazione risulta un tantino pretenziosa alle mie orecchie.

L’italiano non è certo una lingua carente si mezzi espressivi. Esistono un sacco di espressioni che possono sostituire quell’ineluttabile MAI all’interno della frase, senza depauperare il senso di ciò che siamo dicendo:

  • Di solito non mi disturbi;
  • Raramente mi disturbi;
  • Figurati, mi fa piacere sentirti;
  • Non disturbi quasi mai (forse questa suona troppo ironica…);
  • Se posso, mi fa piacere parlare con te.

Insomma, con tutte le alternative più diplomatiche che abbiamo, perché continuiamo a esagerare con le parole?

“Mai”, come “sempre”, è un tempo considerevolmente lungo, mentre la vita è solo un momento.

Facciamo così: ADESSO non mi disturbi.

Lady Lazarus

I have done it again.
One year in every ten
I manage it–

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
O my enemy.
Do I terrify?–

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot–
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

‘A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart–
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash–
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there–

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifer
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.
23-29 October 1962

Sylvia Plath

 

Questi sono i giorni in cui mi servono le parole altrui per ritrovare il filo rosso.

Cerchi, quadrati e Onigiri

Da un po’ di tempo a questa parte non leggo più molto. Sarà che l’università inglese mi concede ritmi decisamente più serrati di quella italiana, sarà che non mi va di scrivere una recensione della Repubblica di Platone, ma tant’è: non ho niente di nuovo da consigliare ai miei “25 lettori”. Il fatto che non legga libri comunque, non significa che non abbia nessuna nuova ossessione da buttare nel pozzo.

La prima ossessione è prettamente nel burrone che separa Dante e la matematica: la teoria della quadratura del cerchio. Devo ammettere che questa genialata non l’ha partorita la mia mente, ma è dovuta alla lettura di una storia che consiglio caldamente: Di Carne e Carta di Myria (che potete trovare proprio qui: www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=554024&i=1). Quindi thumbs up per Myria! Immaginate che le persone siano cerchi. E immaginate che per capirle ci serva qualche formula matematica (no, non tirate fuori “raggio alla seconda per pi greco”: è troppo facile!!!). Le persone sono cerchi che noi ci ostiniamo a voler far quadrare, a voler capire fino in fondo. Ma, se per qualcuno il calcolo risulta quasi del tutto risolto, con altri non ci riusciamo: non quadra. Da quando ho ragionato su questa teoria, mi è capitato sempre più spesso di pensare che qualcuno non quadrasse, spaventandomi di quanto calzasse effettivamente con i nostri tentativi velleitari di tentare di capire a fondo qualcuno che comunque non si vuole far capire. In fondo, succede: c’è a chi piace farsi leggere come un libro o chi preferisce fuggire restando chiuso in un alone di mistero. I cerchi non quadrano.

 

Altra ossessione del periodo derivi da Fruits Basket, un manga di Natsuki Takaya. Io ne sono venuta a conoscenza soltanto tramite l’anime, però sto cercando di reperire il formato cartaceo. La protagonista di questo manga, Toru, da piccola veniva coinvolta in questo gioco per bambini chiamato “cesto di frutta”, durante il quale un capitano assegna il nome di un frutto a tutti i partecipanti. In seguito, quando egli chiama il nome del frutto, il bambino si alza e partecipa al gioco (mi ricorda vagamente il “lupo mangiafrutta” dei miei anni dell’asilo ed elementari). A Toru veniva sempre assegnato l’onigiri, che altri non è che una polpetta di riso. La bambina inizialmente non si rendeva conto di essere stata in realtà esclusa dal gioco, pensando invece a quanto fossero deliziose le polpette di riso. Crescendo, però, si rende conto di quanto in realtà lei si senta veramente come un’ onigiri in un cesto di frutta: totalmente fuori posto.

Ecco, queste le mie nuove ossessioni, giusto perchè volevo notificare al popolo del net che non si è ancora liberato di me.

See you non troppo soon (: